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Riflessioni  sulla Morale Universale

 

Quando si parla di morale, si sta parlando di un meccanismo che fa agire l’uomo in funzione di una serie di norme, che normalmente pongono una linea, più o meno chiara, tra ciò che è buona pratica e ciò che non lo è; queste norme esistono da quando esiste l’ essere umano, l’unico “animale” in grado di, dato un evento, sviluppare una critica e in funzione di questa comprendere se l’evento in se è etico o eticamente discutibile.

 

 

Questo sviluppo critico ha portato, nei secoli, alla creazione di veri e propri modelli di comportamento, a cui una popolazione deve (o dovrebbe) attenersi; ma questi modelli hanno un “limite”, se così vogliamo definirlo: non vengono universalmentericonosciuti.

 

Popoli diversi, in posti e tempi diversi, hanno creato delle norme morali che ricalcavano la loro cultura, le loro credenze religiose e le loro capacità e conoscenze tecnico/scientifiche. Insomma, nei secoli hanno sviluppato un proprio sistema morale adeguandolo in qualche modo alle proprie necessità; è quindi ragionevole pensare che per determinati aspetti della vita, il punto di vista su ciò che è giusto o è sbagliato sia diverso da quello di altre società.

 

Ancora oggi questo sviluppo, tutto soggettivo, della morale è ben visibile: basti pensare alla vita di molte donne e bambini, dal Medio Oriente al Pakistan; o ancora al senso della decenza sviluppatosi negli Stati Uniti, così diverso da quello europeo (basti pensare al fatto di togliersi le scarpe quando si è a un pranzo o a una riunione, azione impensabile per un italiano) o ancora al concetto di nudità, un qualcosa che nella nostra cultura è ai limiti del tabù, ma che viene praticata in piena libertà e nella vita di tutti i giorni da molte popolazioni tribali andine e africane.

 

Ma la morale non è solo questo.

Il concetto di morale espresso fino a qua, è qualcosa di strettamente legato alla popolazione che lo ha sviluppato e lo manifesta; di conseguenza è pienamente comprensibile solo da esso.

 

Ma è possibile che ogni cultura, dalla creazione del mondo, abbia creato dal nulla una propria cognizione di bene e male? Di giusto e sbagliato?

Oppure ogni popolazione è partita da qualcosa di pre-esistente? Non un qualcosa di scritto dunque, perchè parliamo degli albori dell’esistenza, ma dettato dall’interno dell’animo umano, dalle emozioni e dalle sensazioni che l’uomo prova.

 

E se è così, essendo le emozioni ed i sentimenti qualcosa che appartiene all’uomo in quanto specie, e quindi comune a tutti i membri di questa specie, è possibile parlare di qualcosa di universale?

Possiamo parlare di una comune e basilare morale universale? Esiste qualcosa che prova a scatenare la nostra reazione prima di quello che la nostra cultura ci ha insegnato?

 

Molti affermano che non è possibile: la morale di una popolazione, di una cultura, è solo e unicamente frutto delle sue necessità e dell’ambiente in cui vive.

Altri affermano che la cosa più aderente alla natura è una selezione naturale, la legge del più forte, dove chi fa fatica a sopravvivere, non ha il diritto di sopravvivere.

 

In questo contesto, concetti Cristiani come la carità e la pietà non sono assolutamente applicabili e una prova di questo sono le critiche mosse alla Chiesa Cattolica nel XIX secolo, quando le sue attenzioni verso poveri e abbietti erano considerati una forzatura contro questa selezione naturale.

 

Seguendo questo ragionamento, per quanto logico, si presenta però un problema: qualsiasi azione contro l’uomo e la natura umana è moralmente giustificabile come una “questione di cultura”.

 

I dieci milioni di schiavi deportati dall’ Africa durante lo schiavismo, i sei milioni di ebrei sterminati nei campi di concentramento nazisti, le guerre a sfondo religioso, le persecuzioni etniche, diventano tutte cose giustificabili, nel momento in cui affermiamo che determinati comportamenti sono il risultato di uno sviluppo morale e, quindi, culturale.

 

Cosa dobbiamo fare allora per poter giudicare in modo obiettivo, e globalmente,  eventi di questa portata? E perchè nel corso dei secoli, tutte le popolazioni del mondo (per quanto diverse) hanno reagito in modo simile a determinati eventi?

 

Dobbiamo necessariamente avvalerci di una forma di morale universale, comune a tutti i popoli, da usare come criterio oggettivo di valutazione per cercare di definire ciò che è bene da ciò è male e moralmente riprovevole.

 

Prima di tutto dovremmo cominciare a credere nell’esistenza di una serie di diritti universali (su cui questa morale è basata) concessi all’uomo in quanto tale; diritti come la vita, l’uguaglianza e la libertà, che vengono concessi all’uomo solo per il fatto di esistere.

 

E per comprendere questa morale universale, non dobbiamo ragionare in termini assoluti ma dobbiamo capire che ogni evento ed ogni azione, devono essere necessariamente contestualizzati.

 

Il fatto che la morale universale non sia un concetto assoluto la rende flessibile, ponendo però alcuni limiti.

 

Cerchiamo di capire quali possono essere:

 

1) Il fatto di essere universale, non la rende universalmente accettata

Il solo fatto di essere una morale universale, non implica che debba essere automaticamente  ed universalmente condivisa o accettata. Possono esserci casi di popoli, culture o individui con una coscienza così radicata (come ogni forma di estremismo) da rifiutare ogni altra forma di valutazione.

E ancora, possono esserci casi in cui il rifiuto di questa morale è frutto della semplice convenienza.

 

2) La morale universale viene a mancare nel momento in cui non esiste un’ uguaglianza universale

Per basare il giudizio su una morale universale, ogni individuo deve essere uguale agli altri; se viene a mancare l’uguaglianza vengono a mancare quei diritti fondamentali che sono alla base di un giudizio obiettivo, che possa essere considerato valido da chiunque nel mondo.

Un esempio di ciò è stato lo schiavismo presente nelle americhe tra il XVI e il XVIII secolo: un sistema brutale ma perfettamente logico, dove gli uomini di colore non erano considerati uguali all’uomo bianco e di conseguenza non potevano godere dei suoi diritti più basilari.

Non si poteva giudicare come “male” la negazione dei diritti che quegli uomini, di fatto, non avevano.

 

3) Una morale universale deve essere, seppur inconscia, razionalizzata

Non possiamo additare come immorale, malevolo o sbagliato chi, per ragioni psicofisiche, non è in grado di dare un significato a concetti come vita, libertà e uguaglianza; o chi, pur razionalizzando questi concetti, non è in grado di tradurli e applicarli nella realtà.

 

4) Non possiamo cercare nella morale universale, una risposta assoluta in grado di adattarsi a tutti gli sviluppi di un possibile evento

Due persone, una a favore della pena di morte ed una contro, in una “prima fase” di giudizio, saranno entrambe d’accordo sul fatto che l’omicidio è un reato che va punito e saranno entrambe d’accordo sul fatto che chi lo ha commesso debba essere punito.

Ma non saranno d’accordo successivamente, complici le rispettive influenze culturali, su come questa persona dovrà essere punita.

 

La prima reazione che proviamo di fronte a un determinato evento e i primi sentimenti che questo ci provoca, fanno parte di qualcosa di antico, concesso al primo uomo  e presente ancora oggi in tutti i suoi discendenti.

Una specie di morale oggettiva, fondata solamente sulla razionalità umana, comune sotto tanti aspetti a tutti gli uomini, proprio perchè la razionalità è una caratteristica propria della nostra specie.

 

Diversamente, tutto ciò che viene dopo “il primo impatto” è frutto di una morale che possiamo definire soggettiva, nata in seno ad uno specifico contesto culturale e cresciuta e sviluppatasi con esso.