La collettivizzazione in Romania

In Romania, il Partito Comunista Romeno ha svolto dal 1949 fino al 1962 il processo di collettivizzazione, che rappresentava la confisca di quasi tutte le proprietà agricole private del paese e la loro fusione nelle aziende agricole statali. In Romania, la collettivizzazione è stata simile a quella effettuata in URSS, in quanto includeva i terreni agricoli in una fattoria collettiva. L’avvio del processo della collettivizzazione è stato lento e irregolare. É entrato in una fase di stallo tra il 1953 e il 1956, essendo poi ripreso con aggressività e finalizzato nel 1962. Molti agricoltori, sia poveri che ricchi, si sono opposti a questa azione, ma il governo comunista ha ricorso a volte alla repressione con violenza, deportazione, la prigionia e la confisca di tutti i beni delle persone coinvolte. Il sistema agricolo socialista formato è entrato piano piano in una crisi i cui effetti si sono fatti sentire dopo la fine della dittatura.

L’agricoltura romena dopo la seconda guerra mondiale

Anche se ancora tecnologicamente arretrata, l'agricoltura era la principale occupazione economica in Romania, subito dopo la seconda guerra mondiale. La riforma agraria del 1921 è stato la più radicale in Europa e ha portato, attraverso la distribuzione di una media di 4 ettari di terreno per famiglia, alla formazione di uno strato significativo di piccoli proprietari contadini. Dopo l'ascesa al potere, alla pressione di Mosca, il governo Petru Groza, ha approvato il 23 marzo 1945, una nuova riforma agricola, appositamente progettata per disintegrare le grandi proprietà e di raccogliere voti per i comunisti nelle elezioni che erano molto vicine. Con la riforma, 1.057.674 ettari di terreno sono stati dati in proprietà ai 796.129 famiglie. Nel 1948, i contadini rappresentano circa il 75% della popolazione.

La visione comunista in materia agricola

Sulla base del fenomeno della frammentazione permanente dei terreni agricoli piccoli e della crisi agricola durante la guerra, i leader comunisti erano convinti che le piccole proprietà agricole sono intrinsecamente inefficienti, e che sono destinati al ritardo tecnologico. Credevano anche che la soluzione a questo problema è l'agricoltura intensiva su superfici di grandi dimensioni e che l'unica entità in grado di assemblare queste proprietà e operare in modo efficiente è lo stato.

Nel 1945-1949, il Partito Comunista, al livello dichiarativo, sosteneva la piccola proprietà agricola(come illustrato negli opuscoli per le elezioni del 1945) anche se la risoluzione del febbraio 1948 PMR già consigliava le cooperative come mezzo per miglioramento della loro situazione economica. In effetti, i comunisti erano seguaci del dogma marxista-leninista che "la piccola proprietà genera capitalismo ogni giorno, ogni ora, spontaneamente e al livello di massa". Nel 1951, Ana Pauker ha concluso che "Oggi, ogni singolo contadino con un pezzo di terra è a modo suo un piccolo capitalista". Per rompere la solidarietà sociale rurale, la strategia iniziale dei comunisti era quella di conquistare l'adesione politica e il sostenimento dei poveri contadini, mettendoli contro i ricchi.

Il sistema delle quote

In questo senso, per compensare la mancanza di cibo nelle città e per la necessità di pagamento delle riparazioni di guerra verso l’Unione Sovietica e anche per rovinare le aziende agricole dei contadini ricchi è stato introdotto un sistema di quote. Con questo sistema, gli agricoltori sono stati costretti a consegnare una parte significativa della raccolta prodotta nelle loro fattorie. La dimensione di questa tassa era molto variata. Spesso, i contadini sono stati lasciati solo con semi di grano per il prossimo anno, e talvolta anche senza. Con il sistema delle quote, un grande numero di aziende agricole sono state portate alla rovina, causando l’impoverimento generale dei villaggi romeni(compresi i contadini poveri, che sostenevano i comunisti al livello dichiarativo).

Lo svolgimento del processo

Prima fase (1949-1953)

Il processo di collettivizzazione ha avuto un inizio violento nel marzo 1949 in seguito al Decreto 84/2 marzo 1949, che espropriò le proprietà superiori a 50 ettari. Il decreto è stato applicato dalla notte successiva. I proprietari sono stati portati dalle loro case, durante la notte e messi illegalmente in arresti domiciliari in varie località. Tutte le proprietà sono state confiscate, con macchine agricole, bestiame e edifici. Molte delle case di migliaia di ex proprietari sono state trasformate in uffici delle nuove Cooperative Agricole, stazioni di polizia, etc. La propaganda comunista del tempo ha presentato gli espropriati come latifondi, borghesi, ma in realtà, in molti casi, si tratava di aziende agricole medie(meccanizzate e modernizzate).

Nei giorni immediatamente successivi al plenum del Partito Operaio Romeno è stata decisa la "trasformazione socialista dell'agricoltura". Gli agricoltori erano divisi in cinque categorie:

-contadini senza terra;

-contadini poveri;

-contadini della classe media;

-contadini ricchi;

-proprietari terrieri.

La prima interazione tra gli impiegati comunisti e i contadini, per la raccolta delle quote, non è stata una amichevole. In molti luoghi i contadini poveri hanno fatto causa comune con i contadini ricchi, sostenendoli. Così, l'inizio della collettivizzazione è stato caratterizzato da numerose esitazioni, a volte i contadini ricchi sono stati lasciati con la proprietà, ma in alcuni casi sono stati espropriati anche i contadini della classe media perdendo tutto. A volte, la repressione è stata particolarmente dura, ma a volte le autorità hanno fatto marcia indietro.

I disaccordi sono sorti in questo periodo anche all'interno della Partito Operaio Romeno. Il gruppo di Ana Pauker è stato rimosso dal Comitato Centrale del partito e della sezione agraria, essendo contrassegnati come "deviazionisti verso la destra" e fatti responsabili per ritardi e per gli abusi nel processo di collettivizzazione.

I villaggi scelti per la prima parte della collettivizzazione erano i villaggi più colpiti dalla guerra e dalla siccità che ha seguito, dove i contadini poveri sono stati più facile a convincere dalle autorità locali ad accettare le soluzioni del governo. Altri villaggi collettivizzate nella prima fase sono stati quelli delle zone dove sono stati i movimenti di resistenza anticomunista in Dobrogea e Maramures. In queste zone la collettivizzazione comunista è stata usata come strumento di repressione.

La Fase di Stagnazione (1953-1956)

Nel 1953, la morte di Stalin ha diminuito la pressione sovietica sui paesi europei occupati e la collettivizzazione ha rallentato. Così, la collettivizzazione in Romania si e fermata tra il 1953 e il 1955, il regime comunista lavorando solo per rafforzare le già esistente Aziende Agricole Comuni. Nel 1956 il governo comunista ha ripreso discorso politico e i piani di avanzamento della collettivizzazione. L'anno 1956 è stato caratterizzato dagli eventi di Ungheria e questi piani sono rimasti nello stadio di progetto per paura di ulteriori proteste.

La fase di completamento in forza (1957-1962)

Nel 1957, il contesto europeo era in fase di stabilizzazione, la collettivizzazione fu ripresa attraverso un programma pilota nella provincia di Galaţi. Dopo che il programma è stato valutato un successo, la collettivizzazione riprese con violenza nella provincia di Costanza, dove 30.000 attivisti di partito sono stati mobilitati e guidati dal Segretario Regionale Vasile Vâlcu, per completare la collettivizzazione nello stesso anno. Nel mese di novembre 1957, la provincia di Constanţa è stata dichiarata la prima provincia della Romania interamente collettivizzata.

La macchina di propaganda del Partito Comunista Romeno ha sfruttato questo successo, promovandolo come una trasformazione da una provincia molto arretrata in una con un livello molto elevato di vita. Questo, solo per nutrire le ambizioni dei dirigenti locali comunisti di altre provincie per accelerare la collettivizzazione. Un altra regione verso di cui è stata attirata l’attenzione del regime comunista, è stata quella di Banat che, come Dobrogea, era una provincia etnicamente molto diversificata.

In questa fase finale, la repressione con la violenza ha raggiunto il picco. Molti contadini che si sono opposti sono stati arrestati, condannati e deportati, sopratutto in Bărăgan. Di queste deportazioni non sono stati esonerati neanche i “moţi”- contadini dei Carpazi Occidentali.

Un esempio è quello del paese di Horea oggi nella provincia di Alba, dove sono stati scelti cinque famiglie etichettati come ricche. In realtà, erano famiglie della classe media, ma lo scopo del partito è stato quello di intimidire gli abitanti del villaggio, in particolare quelli determinati a non abbandonare i loro appezzamenti boschivi in favore dello Stato. Queste famiglie sono state deportate in Pianura Bărăgan, in un posto chiamato Stâncuţa Mare, un posto praticamente vuoto dove la gente portata da tutto il paese è stata costretta a scavare sotto terra le loro capanne, per evitare di congelare all'aperto.

Nella seduta della Camera dei Deputati del 7 marzo 2000, il deputato del Partito Nazionale Contadino cristiano-democratico della provincia di Sălaj, Vasile Vetişanu ricorda la storia di un contadino nella sua contea, etichettato come "mosier"(contadino ricco) e perseguitato dalle autorità:

"In effetti, tentavano di convingerere gli altri attraverso la paura. Nel villaggio Mălădia della provincia Sălaj, il contadino della classe benestante Ion F. Mocanu, è stato chiamato “chiabur” – (contadino ricco che sfrutta i poveri). E’ stato arrestato tre volte dai miliziani Făgărăşanu e I. Pădureanu per la colpa di aver lavorato una vita la sua terra e di aver guadagnato il rispetto del suo villaggio, essendo eletto sindaco per 26 anni, dopo il 1918. Il terrore ha presso tutto il paese, riducendolo all'obbedienza.

Dopo ad essere torturato, dalla prigione, è stato portato a casa con il caretto. Aveva le costole rotte e costretto a non parlare delle torture subite. Pochi giorni dopo, è stato gettato nella prigione di Simleu. Gli hanno fatto 50 giri in auto intorno alla città, dicendoli che è in Cluj, non Simleu. Ma lui non è stato zitto. Ha racontato che è stato legato, spogliato, bruciato con le sigarette e picchiato con randello di gomma, per dire cosa ha messo in scena nel villaggio e dove aveva nascosto la pistola. Dopo dolori terribili, i suoi carnefici gettavano secchi d'acqua su di esso, riprendendo le torture. Dopo, ha tornato al villaggio senza dare la sua terra a lo stato.

Quando è arrivata la collettivizzazione nello stesso villaggio, Ion Mudur a Şfăiţărului(un altro contadino) si è opposto. Per questo motivo è stato mutilato, picchiato a morte, andando veloce nella tomba, come molti altri.”

La resistenza e mezzi di repressione

La repressione contro i contadini è stata estremamente violente.

Fin dall'inizio, il processo di collettivizzazione è stato accolto con resistenza dai contadini che si ribellarono più volte dal 1949 nel nord Moldavia e Transilvania. Le forze di sicurezza, milizie e le Guardie di frontiera hanno risposto sparando i contadini insorti. Oltre a coloro che sono stati uccisi, altri sono stati arrestati e molti altri in seguito. Centinaia di persone sono stati perseguite penalmente e condannate a pene severe e le loro famiglie deportati in Dobrogea.

L'anno successivo ha portato rivolte anche nel sud, in particolare nella Provincia Vlaşca, dove in alcuni casi i capi delle comunità locali, anche i membri del Partito Operaio Romeno aderiscono alla protesta. La repressione continuò fino alla fine degli anni ‘’50. Le rivolte più grandi si sono svolte nella Provincia di Vrancea. Migliaia di contadini sono stati condannati al carcere e i loro beni furono confiscati.

Più di 40.000 persone, per lo più contadini ricchi sono stati deportati dal Banat e Dobrogea in Bărăgan in due occasioni: una volta nel 1949 e nel 1951. I deportati sono stati collocati in una zona geografica accidentata, essendo ancora perseguitati politico. I posti dove sono stati spostati sono stati chiamati dalla Securitate "Villaggi speciali". Sono stati 18 al numero. I deportati sono stati autorizzati a tornare ai loro villaggi nel 1955 e nel 1956, trovando le loro abitazioni confiscate e abitati dai membri del partito comunista.

Fonti:

Ionescu, Ghiță - Comunismul în România

Victor Frunză - Istoria Stalinismului în România

Raportul Tismăneanu